|
“Perché sei tutta nera? Ma non ti lavi mai?” Un racconto di Marie Louise Rasoamahafaly foto di Enrico Formica
Provengo dal continente africano, dal caldo sole dell’Africa. “Il mal d’Africa”! Gli africani sono ovunque! ... Dagli schiavi portati in America a quelli emigrati in Europa: chi per gli studi, chi per esilio politico, chi per fuga dalle guerre, dalla fame, dalla mancanza di lavoro, chi alla ricerca di migliorare la propria vita altrove e chi, semplicemente, per la famiglia. Arrivo dall’Africa che viene chiamata un “piccolo” continente, l’isola rossa, il Madagascar! La Terra che solo oggi anche i bambini italiani conoscono per via del cartone animato. Un pochino diverso dal grande continente, perché avendo come antenati degli Indonesiani e i Malesiani, il popolo dell’entroterra conserva ancora oggi tradizioni e tratti tipici asiatici nonostante la mescolanza con gli Arabi e gli Africani. Inoltre, avendo un tipo di clima mite, la flora e la fauna sono particolari. La mia terra è quell’isola a forma di un’orma di piede sinistro. I miei genitori provengono da una regione vicino a quella della capitale, dall’altopiano. Io invece sono nata nel sud dell’isola, nella zona dell’etnia “Bara”. Sono cresciuta in una famiglia umile e modesta. Mio padre, che ora è in pensione, ha fatto l’insegnante per anni alle scuole elementari, e mia madre ha sempre sostenuto la famiglia cucendo abiti, vendendo frutta in un banchetto davanti a casa: le banane, i manghi di tutti i tipi, le canne da zucchero, le papaie. Tutt’ora, compra dai contadini che passano sulla strada e rivende ad un prezzo modico per poter ricavare alcuni franchi per poter comprare sale e zucchero; come diceva sempre lei. “Le banane della nonna, come sono buone!” Così dicono ancora i miei ragazzi oggi. I miei genitori hanno avuto sei figli ma visto che lavoravano anche la terra, a noi non è mai mancato niente di necessario per crescere. Da buon figlio di contadini, mio padre, con i suoi salari da insegnante pubblico, ha sempre voluto comprare terreni per poter produrre quel che ci serviva per vivere: dal riso alle manioche, dal mais alle patate dolci, gli arachidi, i fagioli e tanti tipi di verdure. A noi figli, ha insegnato fin da bambini ad aiutare in casa. Mi ricordo con piacere quando facevo le elementari da lui. Vivevamo in campagna, lui era il primo e unico insegnante delle quattro classi della scuola. Mio padre non faceva distinzione tra noi figli e gli altri con le punizioni e il resto. Ci teneva molto alla nostra educazione! Oltre a scuola, l’affrontavamo anche in casa. Era severo, ma logico, era per il nostro bene! Comunque appena si arrivava a casa nel pomeriggio, ci lasciava liberi di giocare. Ah! La merenda! Mangiavamo la frutta tipo il mango e altri tipi di frutta tropicali, direttamente sugli alberi. Gli alberi, li usavamo anche per giocare a nascondino. Con l’argilla costruivamo pentoline, piattini, bambole e i maschietti degli zebù (che sono degli animali simili alle mucche, con la gobba e lunghe corna) e carretti per lavorare la terra. Giocavamo sempre con i bimbi del villaggio e a volte con i pezzi di legno o con i semi di alberi, giocavamo per terra inventando racconti, disegnando strade o case; o ancora formando dei buchi per una specie di dama. Mio padre, guardando l’orologio, ci chiamava poi e ci faceva prendere i quaderni per ripassare o per i compiti che noi separatamente facevamo sotto gli alberi vicini a casa. Quando era ora di andare a lavorare nei campi, prendevamo le nostre piccole vanghe, quasi fatte su misura secondo l’età e si andava a preparare i terreni per seminare fagioli, soia, arachidi o trapiantare le manioche con i suoi rami tagliati all’incirca 30 cm. Poi quando era ora di cena si raggiungeva la casa e ci sedevamo in cerchio sulla stuoia per la cena preparata con cura da mia madre. Oltre ai prodotti di casa, sovente mangiavamo il riso che è il cibo principale del mio paese, con dei pesci pescati da mio padre. Infatti lui, nei suoi momenti liberi, con le attrezzature che si fabbricava da sé, andava a pesca di anguilla, di tutti i tipi di pesci, e quando l’acqua si sporcava per il fango, perché pioveva, ci portava a pescare i gamberi, e ci divertivamo da matti!!! Allevavamo anche conigli, polli, tacchini, porcospini, testuggini. Per il latte andavamo a mungere gli zebù della vicina che noi chiamavamo affettuosamente “nonna”. Questa vita che mi piaceva tanto è durata poco perché quando ho finito i 4 anni alle elementari, noi che eravamo più grandi, eravamo costretti ad andare a frequentare un’altra scuola che si trovava a 12 km dal villaggio. Così, io in compagnia di mio fratello maggiore e di due cugini che mio padre aveva voluto fare crescere con noi, abbiamo affittato una casetta per stare durante i 5 giorni di scuola. Con noi, in quella casa, non c’erano adulti, ci arrangiavamo da soli. L’arietta che soffiava con leggerezza durante l’intervallo del venerdì mattina mi faceva quasi sempre piangere per la nostalgia della mia famiglia e non vedevo l’ora che arrivassero le 16.30 per poter preparare in fretta e furia il fagottino per il rientro a casa. Non sentivo minimamente la stanchezza dalla camminata per quei chilometri (naturalmente si andava a piedi) dalla voglia che avevo di rivedere i miei. La domenica però arrivava subito costringendoci a camminare pesantemente su quei sentieri, che sono scorciatoie, per raggiungere Andiolava, dove c’era la nostra nuova scuola. Poi, dopo due anni, il tempo di abituarmi e di fare amicizia, abbiamo dovuto trasferirci in un altro posto perché per i miei due cugini, era necessaria un’altra scuola, per i più grandi. Siamo andati a vivere 60 km, più a nord-est, a Ihosy, la mia città natale. Passati due anni, mio padre mi pagò un collegio di suore dove fui trasferita: avevo tredici anni! Si trovava a più di 400 km al nord di Ihosy: Ambositra, a circa 20 km dalla casa dei miei nonni. Ricordo, per Natale e per Pasqua, che il nonno, già anziano, con la sua gobba, partiva all’alba a piedi per venire a prendermi in collegio. Io lo aspettavo con gioia! Dopo 15 giorni, mi riaccompagnava camminando tutta la mattinata per poi ritornare in campagna prima che il sole tramontasse. Un paio d’anni dopo, ho subito un altro trasferimento, questa volta a Toliara, al sud. Ero sotto tutela di una mia zia che faceva la suora e viveva in un collegio. Dopo altri due anni, all’età di 17 anni, sono rientrata a casa per vivere con i miei genitori che, nel frattempo avevano lasciato la campagna per trasferirsi tutti in città, a Ihosy, dove tutt’ora vivono i miei familiari. Ma a 19 anni, conseguito il diploma, sono andata a fare il servizio nazionale, facendo sia il militare sia l’insegnante dopo una formazione di tre mesi a Fianarantsoa, il capoluogo della mia regione. Sono poi finita, senza volerlo, in un villaggio (dove esisteva un grande ospedale gestito da Italiani che collaboravano con medici e personale malgascio), e lì, per un anno, ho insegnato alcune materie nella scuola media di Sakalalina. Le prime settimane, non avendo ancora un ruolo ben preciso, il direttore della scuola mi chiedeva di accompagnare i ragazzi che avevano ore libere a piantare degli alberi intorno all’ospedale. Un bel giorno, mi trovai davanti un “Vazaha” (termine malgascio per indicare gli europei). Gentilmente mi salutò e cercò di conversare con me con un francese pronunciato stranamente. Era un biologo Italiano che si occupava del laboratorio di analisi in quell’ospedale. Da una chiacchierata ad un’altra, da un “footing” (corsa) ad un tè, giorno dopo giorno, l’amicizia si è mutata in qualcosa di più. Una volta finito il mio servizio, invece di raggiungere la mia Università (in cui mi ero iscritta in giurisprudenza, a Fianarantsoa), mi sono sposata, poco meno di un anno dopo il mio arrivo in quel luogo. Un anno dopo il matrimonio, è nato il mio primo figlio. Quando il bimbo aveva sei mesi, il contratto di mio marito era terminato così siamo venuti in Italia, diretti dai suoi genitori con i quali viveva. Mi trasferivo ancora, la mia vita cambiava ancora…
Il 3 gennaio 1989, sono arrivata in Italia. Una nazione nella quale non ho mai immaginato di mettere piede. Al mio paese, si conosceva di più la Francia e qualche volta si sentiva parlare di “Borse di Studio per continuare gli studi universitari in Francia”. La mia prima impressione appena arrivata è stata: “Mi sembra che tutte le persone si assomiglino!! I loro capelli sono tutti lisci, cambia solo il colore. Tutti hanno il naso a punta e le labbra fini. Poi però a guardarli bene, gli occhi erano di vari colori!!...” Ho vissuto 6 mesi con i miei suoceri ad Orbassano prima di trovare casa. Mi domandavo sovente: “Dove sono finita e chi me l’ha fatto fare?” Ogni volta che dovevo uscire di casa era una “tortura” per il freddo, i miei denti tremavano. Trovarmi in un negozio o un supermercato era per me una gioia, erano ben scaldati. Peccato che durava quel che durava poi dovevo uscire! Appena arrivavo in casa, correvo verso i termosifoni e se stavo in casa, il mio sgabello era attaccato a quegli “aggeggi” che scaldavano. Verso primavera, quando il sole cominciava a scaldare un po’, uscivo volentieri. Le persone, specialmente le signore che mi incontravano, erano gentili e si toglievano le loro curiosità: “Oh che bella signora, oh che bel bimbo, che bel colore di pelle che ha questo bimbo!” – “Ma guarda che bel ch’al’è sto cito!”. - “Da dove viene signora?” E io: “Dal Madagascar!” – E dov’é? E io spiegavo!… Per fortuna non avevo grandi problemi con la lingua perché prima di venire via dal Madagascar, ho studiato l’italiano con un libro che mi era stato inviato dall’Italia. Però, alcuni verbi non sapevo coniugarli bene: il condizionale, il congiuntivo, le parole di tipo: “Vorrei…, Se fossi…”, ma tutto sommato me la cavavo bene. Quando tornavo a casa, la mia impressione era quella di rientrare nella scatola di fiammiferi. In quel palazzo di sei piani, quando mi mettevo sul balcone dell’alloggio del sesto piano dove vivevo, non osavo avvicinarmi alla ringhiera. Mi dicevo tra me e me: “ Questi Vazaha, sono molto in gamba a costruire queste case altissime che però isolano le persone, perché gli stessi abitanti della stessa “scatola” non si parlano, si salutano a malapena e poi via, ognuno a casa sua! Strano!!” Facevo tra me e me un sacco di riflessioni e paragoni con le realtà del mio paese… Col cibo non avevo grandi problemi ad abituarmi anche se con la “gorgonzola” ho faticato. E poi il vino a tavola! Mia suocera mi diceva sempre: “Bevi che aiuta a digerire!” E io dentro di me: “Possibile che io debba sempre alzarmi da tavola mezzo ubriaca! Che modo strano! Però, se si usa così!” Un giorno accadde qualcosa che mi colpì fortemente: un bimbo che mi guardava sempre con curiosità, si decise a parlarmi: “Perché sei tutta nera? Ma non ti lavi mai?” mi diceva dall’altra parte del recinto. Ero rimasta di stucco. Oggi come oggi, non mi ricordo neanche più come gli ho risposto, quella curiosità è rimasta nel mio profondo e direi che mi ha cambiato letteralmente la vita. Non riuscivo a trovare una casa da affittare per quanto mi sforzassi! Mi alzavo prestissimo per poter comprare il giornale, per sfogliarlo rapidamente e fare telefonare mia suocera per non insospettire chi rispondeva! Ero straniera e si sentiva! Almeno due volte alla settimana andavo a vedere la casa da affittare ma appena mi vedevano, i proprietari inventavano scuse del tipo “L’abbiamo già affittato” o “E’ già venuto qualcun altro a vedere la casa ed è già occupata!” anche se al telefono dicevano: “Siete voi i primi a telefonare”. Una volta una signora ha detto: “Vi darei anche l’alloggio ma sarà un problema per gli altri inquilini per via della signora che è forestiera!”. Quante volte speravo di aver trovato casa ma sovente rimanevo delusa e amareggiata! Colpa della mia pelle marrone! La situazione mi rendeva molto triste e mi dicevo: “Perché al mio paese la gente di pelle bianca, i Vazaha sono ben accolti e noi quà, solo perché siamo diversi da loro non siamo accettati?! Questi Vazaha sono più sviluppati, pensano a tutto e hanno tutto ma non sono accoglienti verso i “diversi”, chissà perché?!” Soffrivo… Comunque, alla fine, mi è andata bene perché la famiglia che mi ha “accettata” come inquilina è stata una famiglia che a sua volta non è stata accettata con facilità quando è arrivata dalla Calabria. Mi hanno “accolta” come facente parte della famiglia perché ancora oggi ci sentiamo. Recentemente mi hanno invitato al matrimonio della figlia, sono stata invitata gentilmente a sedermi al tavolo dei parenti stretti, cosa che ha creato sgomento da parte di alcuni degli invitati… Il razzismo! Si, ne ho subito un po’, ma in silenzio. Ne ho fatto un tesoro! Non contenta del mio italiano, appreso da sola con l’aiuto di un libro, volevo anche avere dei contatti con altra gente, conoscere altre persone, così mi sono iscritta al “corso delle 150 ore”. Ho dovuto viaggiare per raggiungere la scuola, prendevo due pulmann. Già! Negli autobus, sia in quelli blu sia in quelli gialli, le persone facevano molta fatica a lasciarti passare per aver un posto a sedere vicino a loro. Viaggiavo quasi sempre stando in piedi. Un giorno, stavo uscendo da scuola per raggiungere la mia fermata, alcuni giovani in una piazza, hanno deciso di urlare rivolgendosi a me: “Ehi, negra, tornatene al tuo paese!”, tirando verso di me dei sassi. Io, con rabbia, mi sono fermata e mi sono limitata a guardarli, poi ho continuato a camminare, appena mi giravo, continuavano. Questo mi ha fatto venire una gran rabbia e continuavo a domandarmi quale era la mia colpa per farmi trattare così! L’indomani a scuola ho raccontato l’accaduto alla mia vicina di banco. Non ho mai saputo cos’era successo, ma il giorno dopo, tutta la scuola si era messa in movimento per questo evento, hanno fatto consigli di classe eccetera. Dopo un corso di un anno a Torino, per qualche mese ho portato il mio curriculum e ho fatto domande in giro. Le risposte che ho avuto sono state: “Non c’è lavoro nemmeno per noi Italiani, figuriamoci per voi extracomunitari!” Da tutte queste esperienze, ho dedotto che non c’era l’abitudine di “convivere” con i diversi, all’epoca! Oggi invece ovunque si va si incontrano stranieri, per non parlare di Porta Palazzo dove ormai, forse, vedi più immigrati che Italiani! Comunque, dopo la terza media conseguita con successo, ho lasciato l’Italia per stare 4 anni in Burkina Faso, facendo ritorno ogni estate. Mio marito all’epoca era stato mandato dal Ministero della Sanità di Roma per fare delle ricerche sulla malaria e ha lavorato in un centro di ricerca. Io ho approfittato dell’occasione per fare i miei anni universitari iscrivendomi alla Facoltà di “Lettere Moderne”. Il primo anno, io e il mio pancione andavamo all’università e nell’estate 1991 è nato il mio secondo figlio. Avere due figli non mi ha scoraggiata, anzi studiavo sovente di notte fino all’alba per prepararmi meglio agli esami. In Burkina Faso, ho trovato tutta un’altra realtà. La mia prima impressione è stata esattamente come quando sono arrivata in Italia, tutti si assomigliano con la differenza che lì sono tutti di pelle scura, capelli ricci, il naso arrotondato e pronunciato, le labbra molto carnose. Nel mio paese, le persone si differenziano dal colore della pelle (chiara o scura o “zarazara hoditra” cioè mulatta), o dai tipi di capelli (crespi o lisci) o ancora dal tipo di naso o bocca se è grossa o fine, ecc. Il calore, a cui forse non ero più abituata, era un altro caldo! E’ buffo! Tutto al contrario della vita che ho dovuto fare con il freddo d’Italia! Quì, uscire era come avvicinarsi ad una fiamma. Mi veniva voglia di stare solo con una canottiera, una maglietta era già fastidiosa talmente si sudava. Mi stupivo a vedere i Burkinabe con le maniche lunghe e i pantaloni lunghi. Mi sono trovata molto bene in quel paese. Le persone sono molto ospitali e gentili, decisamente più dei Malgasci. Ancora oggi ho mantenuto dei contatti con uno dei miei compagni di università. Sono poi tornata definitivamente in Italia, dopo aver passato pochi mesi di vacanze dai miei in Madagascar. Abbiamo dovuto cambiare alloggio, era in un altro comune ma sempre nella cintura di Torino. Vivendo in quel luogo e facendo un corso di specializzazione a Torino, un giorno ho trovato una lettera d’invito dal Comune per una riunione. Ero molto contenta di ritrovarmi in mezzo a tanti stranieri come me, ho notato che erano tutte donne. Da lì, incontri dopo incontri, si è formato un gruppo che è stato chiamato “Donne Internazionali di Rivalta”. Abbiamo ricevuto degli inviti da alcune scuole per far conoscere il nostro paese e qualche nostra usanza ai bambini. Ero molto entusiasta di fare questi incontri nelle scuole materne ed elementari della zona. Anche perché dal mio colore di pelle “sporca” sono passata alla persona tanto stimata e amata dai bambini. Nei supermercati o per strada mi sentivo sovente chiamare dai bambini che, attirando le attenzioni di papà o mamma, dicevano con gioia: “Lei è Louise, viene dal Madagascar, è venuta nella mia classe per parlarci del suo paese, ci ha raccontato delle storie, ci ha anche insegnato dei giochi!”. Ero felicissima di aver lasciato qualche ricordo piacevole a tanti. Sovente avevo davanti dei bimbi che mi abbracciavano, forse qualcuno esitando un po’ prima come se chiedessero il consenso del genitore per poi non resistere alla forte tentazione di mostrarmi il loro affetto. Alcuni genitori all’inizio erano titubanti, poi approvavano la scelta del figlio o della figlia. Alla fine la barriera viene abbattuta completamente grazie al bambino che spiega agli adulti che il mondo è fatto di tanti paesi diversi! Siamo tutti cittadini del mondo e se vogliamo siamo tutti uguali! Possiamo pensare ad una convivenza pacifica accettandoci gli uni gli altri. Il messaggio che portavamo nelle scuole era questo! Nel frattempo ci è stata data la possibilità di conoscere Alma Mater di Torino, facendo qualche corso breve ed incontri. Poi ho frequentato un corso per animazioni interculturali organizzato dal CISV di Torino. Così, dopo questo corso, sono andata nelle scuole di Torino e dintorni facendo appunto “l’animatrice interculturale”, a volte anche nelle scuole medie. Ad un certo punto mi sono trasferita ancora, ma sempre a Rivalta, dove mi trovavo benissimo. Le persone erano eccezionali, mi hanno accolta e voluto bene. Anche lì, vado ancora oggi per trovare delle famiglie con cui mi sono legata particolarmente, perché da oramai 10 anni vivo in Val Pellice.
La mia Valle è un posto bellissimo, ha una natura stupenda, quasi come quella di casa mia! Al mio arrivo, la popolazione è stata molto gentile con me, ma percepivo una certa diffidenza. Ci sono voluti quasi due anni prima di integrarmi bene, anche se alla mia “diversità” non faccio più caso! Iscrivendo a calcio uno dei miei figli, è normalissimo che i genitori si scambino parole durante le attese dei ragazzi prima di uscire dallo spogliatoio. Le conoscenze si sono allargate! Ho notato che poco alla volta, gli abitanti si aprivano un po’ di più e ciò ha fatto sì che mi sono sentita sempre più a mio agio. Nel 2004, ho deciso di andare in comune per parlare con qualcuno del mio desiderio di raggruppare delle donne per pensare insieme di fare conoscere le varie culture esistenti nella Valle. Sapevo dell’esistenza di una sessantina di gruppi e associazioni, ma nessuno aveva ancora pensato ad un gruppo simile a quello che pensavo di creare. L’assessore alla cultura mi ha accolto con calore e attenzione, gentilmente mi ha invitato a scrivere il mio progetto per poi provare a scrivere insieme un volantino per invitare le donne. Alla prima riunione sono venute 37 donne ad ascoltarmi. E’ da quel giorno che è nato il gruppo “Un mondo di donne in Val Pellice” che si occupa di tante cose tra le quali andare nelle scuole per fare conoscere ai bambini le varie culture. Mi ha colpito la frase di un signore, già di una certa età, mentre parlavo di questa attività. Mi diceva: “Eh già, è giusto che vi presentiate sennò come facciamo a conoscervi e ad accogliervi?!” Entrando in stretta relazione con gli immigrati, si può anche dare una mano a chi ha bisogno di un passaggio in macchina per essere accompagnato dal medico per una visita, o in comune per i documenti o ancora per portare qualche domanda di lavoro. Cerco di rendermi utile ai miei “simili”, specialmente alle donne, ad esempio con l’italiano e ai bambini con i compiti. E’ dal gruppo “Un Mondo di donne in Val Pellice” che è nata la “Festa d’Africa” che ha preso piede anche in altri comuni, compreso quello di Pinerolo, dove l’abbiamo portata due anni fa, diventando una rassegna di tanti giorni. Ora come ora, nel mio piccolo, cerco di organizzare sovente serate dedicate all’Africa, facendo conoscere le varie culture attraverso i cibi dei diversi paesi, filmati o immagini, musica, testimonianze di Africani o semplicemente opinioni di persone che hanno conosciuto l’Africa. Riflettendo su ciò che faccio nella mia Valle, all’incirca quattro anni fa mi domandavo perché non provare a radunare anche i Malgasci di Torino e dintorni, che tra l’altro conosco praticamente quasi tutti. E così, mi sono “rimboccata le maniche”. Da un semplice gruppo siamo diventati un’ associazione. Ora, con i Malgasci e amici di Milano uniremo le forze. Quindi saremo “una famiglia allargata” e apriremo le porte a tutti quelli del Nord Italia, se non di tutta la penisola. Oggi, dopo tutte le esperienze vissute sia al mio paese d’origine sia quelle passate nei miei quasi 22 anni in Italia, mi sento una persona abbastanza matura ma che continua ad imparare e a crescere. Penso che, come a tanti immigrati, col passare degli anni all’estero, anche per me il richiamo delle mie radici si fa sempre più sentire. Se continuerò ad avere una buona salute, conto di tornare al mio paese. Vorrei poter godere un po’ la presenza dei miei familiari lasciati da una vita. Anche per portare un mio contributo alla mia cittadina natale, forse qualcosa riuscirò a fare per migliorare la vita alla mia gente! Inoltre, quando lascerò questo mondo, vorrei essere “riesumata” come i miei nonni e antenati. Questa tradizione che ci differenzia dal continente e che viene solo praticata dal popolo dell’Altopiano del Madagascar la trovo simpatica, perché ogni tre o quattro anni, tante centinaia di persone si radunano per tre o quattro giorni per portare ai defunti una “coperta”, perché si pensa che abbiano freddo. In poche parole tutti i parenti lontani si radunano per fare festa insieme, portando qualche lenzuolo per “riavvolgere”, anche simbolicamente, i cari defunti, e cioè i nostri antenati. La nostra memoria. Marie Louise Rasoamahafaly Add a comment |
|
Tra gioco e lavoro: i bambini di Sakalalina
(Maria Vassallo e Enrico Formica)
Tanti, belli, pronti al sorriso e al gioco, attenti e stupiti per ogni novità, sempre in compagnia di coetanei o di animali domestici, sulla strada, nella piazza, affaccendati, attivi e vitali. Dal momento in cui si reggono sulle gambe e conquistano una certa indipendenza dall'adulto o più spesso dalla sorellina/fratellino maggiore, trascorrono la giornata all'aperto e si lasciano travolgere dal frenetico attivismo dei più grandi. Rincorrono galline e anatroccoli, rotolano sulla polvere delle strade, si lasciano incantare dai giochi e imparano prestissimo la legge della sopravvivenza.
Il villaggio di Sakalalina per i nostri figli potrebbe semplicemente apparire come un Eden del gioco e della libertà. Ma cosa è Sakalalina? E' un villaggio immerso nella savana compreso nel distretto di Ihosy, nel sud del Madagascar. La popolazione aumenta rapidamente e ad oggi è stimata intorno a 12.000 abitanti, con un'alta percentuale di bambini. Nel villaggio vi sono le scuole primarie e secondarie di primo grado, mentre la prosecuzione degli studi nei licei e istituti d'istruzione superiore avviene nella città di Ihosy, a due ore circa di viaggio in taxi brousse lungo la pista che attraversa la savana. Sakalalina è un villaggio fortunato: vi si trovano un attrezzatissimo e moderno ospedale, servizi sanitari di prevenzione e cura, una serie di offerte formative per adulti che vanno dalla sartoria e ricamo alle tecniche agricole e all'uso dei computer, per accennare ad alcune delle molteplici attività che il Centro di Formazione dell'ONG Fides propone agli abitanti di Sakalalina e dei dintorni. La maggioranza della popolazione si dedica alla coltivazione del riso e all'allevamento degli zebù. Ma Sakalalina è anche un villaggio sprovvisto di corrente elettrica (tranne alcuni privati che si sono dotati di generatore elettrico) e di copertura della rete telefonica; manca un sistema fognario e le abitazioni (capanne di fango e paglia) non hanno acqua corrente. Le strade di polvere sono percorse da gente a piedi, qualche bicicletta e più raramente da camion che provvedono al trasporto del riso. Le carrette dipinte di azzurro trainate dagli zebù danno un tocco di colore e fanno pensare alla purezza e serenità della vita bucolica, ma il polverone sollevato dai fuoristrada in transito riporta alla realtà di un mondo in rapida trasformazione.
In questo ambiente, per alcuni versi incontaminato e selvaggio, la vita dei bambini si svolge in un intreccio naturale e (forse) inscindibile tra gioco e lavoro: la cura dei più piccoli, le piccole faccende domestiche, la raccolta di legna da ardere, la pilatura del riso, la preparazione di piatti e spuntini per gli avventori si mescolano quasi inavvertitamente con le attività ludiche le più spontanee e gratificanti dell'infanzia. Li vedi correre dietro ad un cerchio con un bastoncello di canna, salire in cinque, sei sul carrettino di legno trainato a turno da uno di loro e divertirsi a sorprenderti con cambiamenti veloci di direzione, sbucando da uno stretto passaggio nascosto tra le case, lanciandosi infine in corsa nel breve tratto di discesa verso la brousse...dove si devono scostare di lato perchè una mandria di zebù sta tornando negli steccati, al riparo da furti e fughe. Chi li conduce? Un gruppetto di bambini felici di ritornare al villaggio, almeno in serata. E portano con sé, oltre all'immancabile accetta, la fionda e qualche sassolino. Alle fontane, distribuite in vari punti del villaggio, donne giovani e anziane portano i loro secchi colorati per approvvigionarsi di acqua; le bambine imparano presto a sollevare i pesi e a posizionare secchi, ceste o borse sulla testa. Le mani libere servono per compiere altre operazioni: portare ancora altri oggetti o più frequentemente prendere per mano un bambino più piccolo. Non si vedono bambole e bambolotti nelle braccia di queste bambine; o meglio, ci sono, e hanno occhi vivi e attenti, aspettano pazienti che la sorellina si prenda cura di loro. Ma quale sarà il futuro di questi bambini? E perché i poveri hanno bisogno dei bambini? I bambini che riescono a sopravvivere sono una ricchezza, anche economica. Uno studio dell'UNICEF mostra in che modo i bambini e le bambine di un villaggio vicino a Java, in Indonesia, reppresentino una fonte di reddito per le loro famiglie fin dall'eta di 6 anni. A 13 anni coltivano la terra a 12 anni lavorano sotto padrone, dietro una paga a 11 anni trapiantano il riso a 10 anni coltivano il riso a 9 anni tolgono le sterpaglie a 8 anni accudiscono il bestiame a 6 anni curano i bambini più piccoli.
La tutela dell’infanzia è una delle principali esigenze di tutte le società, ma essa opera nelle varie parti del mondo in misura e modi molto diversi e talvolta difficilmente confrontabili con i nostri parametri. Non sempre è utile organizzare crociate, denunciare soprusi nel nome di una giustizia o di valori che non sono profondamente condivisi. Abbiamo perciò voluto ritrarre l'infanzia nel villaggio di Sakalalina con il solo intento di rappresentare quel nucleo di spontaneità, di curiosità, di apertura alla vita e alla felicità che andrebbe salvaguardato in ogni bambino. Dicembre 2009
Add a comment |
