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La tua Poetica del Territorio è uno spazio disponibile al contributo di quanti desiderano esprimere una propria poetica del territorio. Sono sufficienti poche immagini (da 5 a 8) e un breve testo (circa 500 caratteri).

Le fotografie devono essere accompagnate ciascuna da una didascalia con l'indicazione geografica dei luoghi rappresentati.

Per partecipare è sufficiente iscriversi alla PdT. 
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Madagascar

Possa la bellezza essere ovunque intorno a me | 2017

Autore Alessandro Gaia 

 

Lineamenti africani con tratti asiatici creano sguardi profondi  e penetranti. Il popolo malgascio è molto disponibile a mettersi in posa per una fotografia, i bambini  e sorprendentemente anche gli adulti sono curiosi di vedere le loro facce sullo schermo della mia reflex. Le foto migliori sono quelle che arrivano dopo una foto rubata e mostrata alla persona inquadrata. Rifletto. Qui i bambini sono bellissimi, tutti sono bellissimi, mentre gli adulti sul viso portano i segni della dura sopravvivenza. In questo paese la bellezza è protagonista e la trovi ovunque,  infatti pare di vedere uno scambio continuo tra la Natura e gli Uomini. La generosa Mamma Africa  dona ad ogni bambino un po’ della sua bellezza regalando profondi occhi scuri e sorrisi espressivi,  ma troppo presto la chiede indietro nel corso della vita di ogni persona, consumando le giovani mamme e gli instancabili contadini. Le giornate di lavoro nelle risaie con i bambini legati dietro la schiena, il peso delle stagioni con poco raccolto cedono la bellezza ricevuta alla Terra che inizialmente l’aveva distribuita. Da occidentale figlio del consumismo, trovo affascinate questa viva simbiosi tra Uomo e Natura, da noi ormai trasformato in sfruttamento.

 


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Corviale, Roma. Italia

Poetica di un paesaggio al limite | 2015

Autori Viviana Rubbo e Alessandro Guida 

Il Corviale. La prima volta. Ne avevamo sentito parlare, tanto; ne abbiamo studiato l’architettura, abbiamo cercato notizie e interrogato colleghi e amici. Ma sempre da lontano. Poi in occasione di una visita a Roma abbiamo deciso di andare a visitarlo.
Stazione di Trastevere, autobus 786, la periferia si svela sotto i nostri occhi.
Eravamo un po’ curiosi, un po’ intimoriti e a disagio, consapevoli che andavamo a vedere non un’attrazione turistica ma uno degli interventi urbanistici fra i più controversi e criticati in Italia. Se da un lato volevamo provare a capire, vedere la struttura, i suoi spazi, i materiali e la sua strabordante umanità (più di 6500 abitanti distribuiti su 9 piani e poco meno di un chilometro di cemento), dall’altra temevamo di essere invadenti, inopportuni nel violare degli spazi al limite tra la vita privata e lo spazio pubblico.
Era sabato. Siamo scesi all’imbocco di via Poggio verde. Il capolinea dell’autobus si trova all’estremità opposta della via. Anche l’immenso immobile finisce al limite della via, quattro fermate dopo. Il silenzio stranamente ci accompagna ed è rotto solo dai fischi e gli schiamazzi festosi dal centro sportivo “il campo dei miracoli”.
La vista della mole di cemento è impressionante. Un’opera senza tempo, mai finita, un mastodonte ferito da acciacchi primordiali, di cemento sgretolato che le insidie del tempo e la mancanza di manutenzione corrodono. Una città nella città che si erge su un poggio e domina la campagna romana circostante punteggiata di orti. Irreale.
Gallerie al piano terra e scorci chiaro scuri tra le campate. Raggiungiamo i ballatoi dal corpo scale principale. Muri posticci, cancelli e inferriate sbarrano gli ingressi. Il Corviale è diviso in due corpi che corrono paralleli. Il primo di quattro piani, il secondo di nove. Il quarto piano dell' edificio più alto doveva contenere il suo cuore, la materia collettiva, le sale di riunione, i servizi, ma fu il primo anello che saltò nella catena del progetto. Fu occupato abusivamente e ospita ancora oggi 120 famiglie che, cazzuola in pugno, si sono costruite quattro muri che racchiudono la loro quotidianità.
Ci sediamo sulle panche di cemento del quarto piano e guardiamo fuori dalle vetrate. La vista è sbalorditiva e contrasta con l’ambiente in cui ci troviamo. Una struttura aliena. Il labirinto di cemento è un intrico di gallerie, corridoi, ballatoi e blocchi ascensore. La segnaletica è imponente e ci dà la sensazione di essere all'interno di un nonluogo di Augé. Tutto sembra statico, immobile e si crea una distanza oppressiva tra la vita quotidiana e la dimensione sovraumana della struttura.
Un uomo ci mostra la guardiola con le cassette delle lettere. Distrutte. Vetri infranti. Varchi senza porte. Ci abita da più di trent’anni. Come altri abitanti con cui abbiamo parlato pensa che il cuore del problema sia l’incompiutezza del progetto. Il verde e i fiori che si affacciano dalle balaustre e dalle grate delle finestre inspiegabilmente sembrano sorriderci.
Il Corviale è testimone del limite delle politiche abitative italiane, fallimento di un progetto, ed è risultato di una mancanza di risposte al diritto primario di una casa dignitosa. Il Corviale rappresenta il limite oltre il quale non si può andare. Molte associazioni e collettivi, il comune stesso e l’Ater hanno e stanno, oggi forse più che mai, mettendo in campo un paziente lavoro di tessitura di reti sociali che ha permesso di attivare un processo di rigenerazione urbana attraverso una progettazione partecipata e inclusiva. Ma il limite va trasformato in confine, frontiera ed elemento generatore di opportunità. Luogo in cui si instaurano rapporti particolari, ispirati da situazioni singolari in cui forze creative e necessità si mescolano e trovano risposte nuove. E Corviale le troverà. (tratto dal reportage di Alessandro Guida http://www.aleguida.net/albums/il-corviale/)


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Copenhagen. Danimarca

Framing Copenhagen | 2015

Autori Viviana Rubbo e Alessandro Guida 

Acqua. Architettura e paesaggio. Abitiamo a Copenhagen, la capitale danese che sorge sulle isole di Sjælland e di Amager.   I nuovi quartieri residenziali a sud della città stanno nascendo sulle aree portuali lasciate libere dall’industria. Teglholmen e Sluseholmen (holmen in danese significa isolotto) sono letteralmente villaggi sull’acqua. Ponti, canali, banchine e accessi al mare disegnano un paesaggio architettonico delicato e magico in cui il riflesso dell’acqua e la luce contribuiscono fortemente a definirne la particolarissima atmosfera. E’ difficile definire questo posto “urbano” quando cosi dominante è la componente dell’acqua. Il costruito dialoga con l’elemento naturale per necessità  e difesa, riconoscendone la forza.  Ma non lo domina, lo accoglie e lo fa proprio.

La città ha ricucito il suo legame primitivo con l’acqua attraverso la creazione di nuovi spazi per il tempo libero e per l’abitare trovando una nuova sintesi tra acqua architettura e paesaggio. (tratto dal reportage di Alessandro Guida su Copenhagen www.framing-copenhagen.tumblr.com)

 


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Terre di giganti

Point-Saint-Martin| 8 settembre 2014

Autore Maria Vassallo 

Architettura verticale di legno e pietra che fa pensare alla leggerezza e alla solidità, alla forza e all'eleganza: così si presentano i vigneti sulla costa assolata di Pont-Saint-Martin, come trame di piccoli e grandi travi di legno su cui la vite si appoggia, si avvita, si avvinghia. I grappoli neri cadono come lampadari oscuri aspettando i raggi di sole che filtrano tra una foglia e l'altra.
Regno delle pietre addomesticate dall'uomo, trasformate in muretti, selciati, scalinate, bordure, pali di sostegno, edicole e oratori. Terre di giganti!
Sudati, lo sguardo determinato ma assente rispetto a ciò che succede intorno, i “géants” della corsa di montagna si inseguono sui ripidi sentieri del costone, incuranti della bellezza della natura, della fatica indicibile delle generazioni che vi si sono avvicendate per estrarne il nettare di Bacco.


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Orti di montagna

Chi coltiva la terra crede nel futuro | 2014 

Autore Francesca Alti 

 

 

L’orto domestico è il luogo dove crescono i prodotti che ci nutrono e ci curano ed oltre i 1.000 metri di altitudine è interessante scoprire quali generi, specialisti in sopravvivenza, sono i più adatti al clima rigido e all’ambiente difficile. La montagna è un contesto duro sia per le pendenze del terreno sia per le condizioni climatiche dove per la cura delle piante non è possibile rifarsi a regole standardizzate, nell’orto di famiglia, poi, si lavora a mani nude, al massimo con piccoli attrezzi, ma mai con macchine agricole di grandi dimensioni.
La pratica della coltivazione di un orto di casa è molto diffusa sul territorio valdostano e racchiude un alto valore di tradizione culturale e di mantenimento dell’ambiente rurale ed inoltre è un segnale di ripopolamento delle zone di montagna. Questa pratica infatti, sopratutto in tempi di crisi come questi, non viene abbandonata, questi piccoli terreni non si sono impoveriti né da un punto di vista di biodiversità né da un punto di vista estetico. Gli orti rivelano una comprensione diretta e pragmatica della natura, di cui vista, tatto e olfatto sono gli strumenti principali. Quella di chi coltiva è una conoscenza profonda e precisa della terra poiché perfettamente integrata nella vita di tutti i giorni. Nella coltivazione di questi terreni montani viene mantenuta il più possibile l’integrità e la naturalezza del prodotto in quanto consumato dallo stesso produttore, e vengono seguite le regole naturali della stagionalità e della periodicità per la semina e per il raccolto.
Nell’orto uomini e vegetali sono protagonisti allo stesso modo, ma separati ed è proprio su questa relazione che si fonda il principio di questo progetto fotografico.
Attraverso le immagini proposte dei giardini casalinghi insediati sopra i mille metri sul livello del mare, spesso posti su terreni scoscesi ed esposti alle intemperie proprie di certe quote, si racconta la biodiversità degli ortaggi e delle erbe che si possono trovare. Nelle foto gli orti sono sempre ben contestualizzati, in quanto pienamente influenzati dalle condizioni circostanti; e sempre affiancati dalla persona che se ne prende cura, in quanto in gran parte dipendenti da esso.
Si racconta inoltre la cultura della terra che da sempre accompagna la storia dell’uomo, il prodotto del lavoro, della fatica e dell’amore di chi si prende cura di qualcosa e non l’abbandona.

 

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Su e giù per le contrade..

Val Vigezzo | Settembre 2014

Autori Loredana Prot e Flavio Giustetto

 

 


Val Vigezzo, terra di spazzacamini! Dal 5 al 7 settembre si è tenuto il raduno degli “uomini in nero“, faccia compresa! Lavoro legato alla storia dell’emigrazione italiana nel mondo. Sembra che già alla fine del Trecento, presso facoltose famiglie del centro Europa, fosse attestata la presenza di spazzacamini della valle. Il movimento migratorio diede origine a fruttuosi scambi commerciali che continuarono per secoli. Nel ‘500 il cartografo Mercatore indicava la val Vigezzo come la “valle degli spazzacamini”, questo ci fa capire l’impatto del fenomeno sul territorio. Dal ‘700 fino ai primi decenni del Novecento, lo stesso fenomeno, assunse una connotazione particolarmente dolorosa e deprecabile: la manodopera impiegata era prevalentemente composta da bambini in età scolare. Le precarie condizioni economiche spingevano le famiglie ad affidare i propri figli a uomini senza scrupoli, che per pochi soldi ne sfruttavano la corporatura e l’agilità, minandone la salute. Il malsano mestiere andò poi scomparendo quasi del tutto intorno agli Anni ’40 del Novecento.
Per preservarne la memoria, trentatré anni fa a Malesco si decise di organizzare il primo raduno per spazzacamini. Nel 1978 la manifestazione si spostò a Santa Maria Maggiore, in concomitanza con l’apertura del “Museo dello spazzacamino”.
Quest’anno gli spazzacamini accorsi da mezzo mondo sono stati circa mille! Arrivavano dal centro Europa (Svizzera, Austria, Germania, Olanda, Belgio, Romania, Francia), ma anche dal nord (Danimarca, Gran Bretagna, Irlanda, Finlandia, Norvegia) e dall’est (Lettonia, Estonia, Lituania). Erano rappresentati anche di Stati Uniti d’America e il Giappone, oltre, ovviamente, alle valli Ossolane e della valle dell’Orco. Viene da chiedersi, vedendo numeri così alti, se tutti esercitino davvero la professione dello spazzacamino. Cercando risposte, siamo venuti a conoscenza che nel resto dell’Europa esistono scuole professionali dove si insegna questo mestiere! Mestiere che include anche la manutenzione delle caldaie. In Italia esistono invece corsi di formazione in questo settore, ma non sono così diffusi.

La pacifica invasione degli spazzacamini è seguita con calore da un numerosissimo pubblico, pronto a farsi dipingere la faccia di nero da mani e guance sporche di fuliggine. Il raduno coinvolge tutti i paesi della val Vigezzo e prevede cerimonie religiose, momenti conviviali, balli, sfilate e tanta, tanta birra, il tutto condito da una contagiosa allegria!

 

P.S. Grazie a Loredana e Giorgio che ci hanno fatto conoscere la loro valle e le loro tradizioni!

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Fénis. Valle d'Aosta

Eremo del Monte Saint-Julien | 2014 

Autore Maria Vassallo

 

La solita passeggiata nei boschi della media Vda tra roverelle e conifere, funghi e fiori, e poi all'improvviso uno squarcio di luce sulla valle principale: tutto come da copione! Ma la strada ora è ben definita, scolpita nella roccia, e a ogni passo ti accorgi del peso del tempo: nell'usura delle pietre, nei segni incisi sui bordi della strada. E infine … una cappella emerge dal bosco! San Grato, con la sua pianta ottogonale e il suo elegante portoncino in legno, è solo l'anticipazione di un'altra presenza molto più spettacolare. Proseguendo lungo il sentiero si cambia direzione e sembra quasi di fare un percorso a ritroso; invece s'imbocca un sentiero scosceso e ben segnato che si appoggia su una parete rocciosa verticale, a 400 metri dal microscopico villaggio di Cerise, nel Vallone di Clavalité.
La cappella di Saint-Julien è un piccolo eremo abbarbicato – non si sa come – sulla roccia; lo utilizzarono numerosi eremiti per lunghi periodi, vivendo di questua nella parrocchia di Fénis.
La dedicazione a Saint-Julien ricorda il martirio del santo che, essendo cristiano, venne obbligato a lavorare con altri schiavi nella miniera di Misérègne; a causa della sua religione e del proselitismo che faceva tra i prigionieri e soldati romani venne portato sulla cresta del monte e gettato nel dirupo. I suoi seguaci eressero una piccola cappella nel luogo del martirio.
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Ihosy (Madagascar). La mia amata terra | 2014 
Autore Louise Rasoamahafaly

 

Nelle mie ultime vacanze in Madagascar mi sono rimaste impresse nella mente varie cose tra le quali: il tramonto che suscita così tante emozioni; la semplicità di “stare a tavola”, in casa, con tanti piatti posati su una grande stuoia, ma anche senza, durante la pausa pranzo in campagna e i modi di preparare da mangiare servendosi appena del necessario. Rifletto sulle varie occupazioni, i bimbi che si procurano la merenda sugli alberi, lo “sviluppo” nella coltivazione delle arachidi, i numerosi ragazzi (e ragazze) addestrati per diventare “gendarmi” (uno dei lavori più stabili). Infine, la roccia del Grande Sud che mi “saluta” e mi rende felice quando arrivo ma mi suscita enorme tristezza quando vengo via.
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Malta. Spigolature di un'isola dai mille volti | 2012-2013 
Autore Enrico Formica

 

Gli innumerevoli soggiorni nell'isola di Enrico Formica per la produzione di una intensa e ormai decennale documentazione dei più significativi e suggestivi aspetti di questo territorio piccolo, unico per la sua posizione geografica e per la sua storia millenaria al centro delle vicende del Mediterraneo, hanno prodotto un repertorio di immagini estremamente ricco e variegato. Qui si propongono alcune immagini rappresentative della varietà paesaggistica dell'isola.
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 Israele. Terrasanta | 2010-2011
 Autore Enrico Formica

 

Un viaggio in terra d'Israele e Palestina ha messo l'autore nella condizione di confrontarsi con le molteplici dimensioni di questa realtà. In particolare sono scaturite le seguenti chiavi di lettura del territorio:
- la complessità del vivere quotidiano
- la spiritualità e la tradizione biblica
- la ricchezza e la varietà dei paesaggi
- le tracce di una storia millenaria

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Viaggio nel cuore del Madagascar | 2009
Autore Enrico Formica

Il soggiorno dell'autore in Madagascar, che ha fatto seguito ad altri viaggi per la realizzazione di reportages fotografici per conto della ONG Fides di Milano, ha permesso di produrre una documentazione particolarmente ricca e variegata, del tutto inedita.
La necessità di documentare le attività missionarie cattoliche che si svolgono nelle aree di Antananarivo, Fianarantsoa e Ihosy ha portato alla produzione di un reportage puntuale e completo sulla vita quotidiana che si svolge in queste zone del Madagascar. 
L'area, fuori dai circuiti turistici, riserva molte sorprese e offre spunti per ulteriori approfondimenti.
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